La visione
La visione. Il cinema leggero
FARE CINEMA CON I RAGAZZI. PERCHE’?
Per quanto se ne dica l’era del digitale ha rivoluzionato la risposta a questa domanda. Perché il cinema oggi non è solo il risultato della macchina dell’industria della pellicola 35 mm, ma anche quello della telecamera nelle mani di un bambino.
Il nostro primo laboratorio sui linguaggi del cinema è del 1995, utilizzando finanziamenti di enti pubblici per il recupero sociale dei minori. In un quartiere della periferia di Napoli come Ponticelli, il “laboratorio” non è una situazione scontata, semplice, né può avere un significato univoco.
Nell’accezione comune il laboratorio è uno spazio attrezzato per un’attività specifica. Nella pratica del nostro lavoro, il laboratorio è un percorso verso obiettivi che mutano e si ridefiniscono in relazione alle persone; un luogo di esperimenti e di esperienze, di spazio e tempo contemporaneamente.
Ogni laboratorio (Movielab) produce un piccolo film, un documentario, un videoclip, una fiction, una comica. I film che nascono dentro i laboratori raccontano le storie che si inventano, ma inevitabilmente anche pezzi di vita: quelli delle persone che transitano per i laboratori, vi permangono per mesi, diventano comunità, lasciano traccia di sé.
Credere nel talento di ciascuno è la principale linea guida della costruzione dei laboratori e del fare cinema come lavoro di squadra. Scoprire in ogni contributo personale, anche in quello ottenuto faticosamente, la ricchezza di un’emozione, di un pensiero, di un’idea, rappresenta la forza di un progetto comune. Nei film prodotti nei Movielab l’occhio e la mano dei ragazzi devono passare integralmente per quel desiderio estremo di esprimere il loro mondo.
Lavorare con i ragazzi è come andare in battaglia. Bisogna essere pronti a tutto. La sfida è sempre aperta. In ogni momento, tutti i giorni. Loro vogliono cose diverse dagli educatori, dagli insegnanti, dai genitori, dal mondo che è pensato e fatto a misura degli adulti. Gli audiovisivi sono lo strumento di comunicazione, oltre la lingua, che consapevolmente o meno i ragazzi conoscono meglio. Un linguaggio in movimento che spesso conoscono meglio della lingua italiana, oggetto di studio ma non di uso quotidiano.
Il passo successivo è la comprensione del film come prodotto di fattori diversi, tutti unificati da un obiettivo comune. Questa è l’altra grande scoperta: la televisione si guarda in solitudine, il cinema si realizza solo con un buon lavoro di gruppo.
I bambini sono infaticabili lavoratori. Stanno sul set come delle star, capiscono i tempi del cinema come se avessero fatto questo mestiere per tutta la vita. La loro visione delle inquadrature, delle posizioni e dei movimenti riflette il più straordinario effetto “naive”; la loro purezza sollecita riflessioni sulla bellezza del cinema rudimentale nelle mani di un bambino.
I ragazzini di scuola media danno l’impressione di lasciarsi guidare ma sono restii a lasciarsi andare. Le loro scelte narrative stanno a metà tra l’infanzia e il mondo degli adulti.
Infine ci sono i grandi. I giovani cresciuti nei laboratori. Quelli che hanno imparato a fare cinema, ma dovrebbero andare alle scuole superiori e si rifiutano. Nel loro cinema, realizzato ma anche il più delle volte non portato a termine, l’inquietudine è scoppiata. Il loro stato d’animo è una bomba a orologeria; le storie che dichiarano di voler raccontare sono più audaci della cronaca nera.
La nostra è una ricerca che va avanti da molti anni, una ricerca continua per superare le contraddizioni di questa comunità, di questa bella e amara città. Ne fanno parte i limiti e le gratificazioni, gli entusiasmi e le delusioni, lo scoraggiamento e il coraggio di continuare.
Non sempre è facile spiegare che l’esperienza dei Movielab è l’unica risposta possibile per coniugare vita vissuta e educazione, inerzia e comunicazione, degrado e cultura in un territorio difficile come la periferia napoletana. I soggetti, i trattamenti e poi le sceneggiature sono voluti e scritti dai ragazzi. Il limite sta nel non avere il tempo e la forza per lavorarci a lungo. La limatura è un processo lento e qui non c’è il tempo di aspettare. Le produzioni, come lo stile di vita dei ragazzi, devono partire e finire, presto, anzi subito, perché i giovanissimi mordono e fuggono, sempre.
Rimane il dubbio che ciò sia una nostra illusione, ché se al fare del laboratorio non corrisponde nel futuro un fare di vita, tutto quanto abbiamo espresso finora sia mero desiderio. Non abbiamo certezza per ora, non ne avremo in futuro. Come educatrice ed operatrice che sta dedicando la sua vita professionale ed emotiva a questa battaglia, ho la speranza di poter attendere, la fortuna di dover attendere.